Una psicosi americana: il grande panico dei data center

C'è una scena che si ripete, quasi identica, da un capo all'altro degli Stati Uniti: una palestra scolastica o una sala del consiglio comunale gremita, cittadini che si alzano uno dopo l'altro per denunciare il mostro che sta per insediarsi nel loro quartiere. Non un inceneritore, non una centrale a carbone: un data center, cioè un capannone pieno di computer e server che fanno funzionare l'intelligenza artificiale. È successo in Virginia, culla storica dell'industria dei server, ma anche in Texas, in Georgia, in Oregon, nello Stato di New York, in Colorado. Succede tanto negli Stati repubblicani quanto in quelli democratici. Quando destra e sinistra convergono così rapidamente su una stessa paura, vale la pena chiedersi se stiamo osservando un problema reale oppure, come sostiene un numero crescente di analisti americani, quello che i sociologi chiamano un moral panic, cioè una psicosi collettiva, un’ossessione manipolata. L’impatto politico può essere notevole anche sulle elezioni parlamentari di mid-term, fra soli due mesi: i candidati che non si accodano all’ondata di opposizione contro i data center rischiano la sconfitta.

Il concetto merita una spiegazione, perché in Italia non è di uso corrente e una traduzione letterale in «panico morale» sarebbe fuorviante. Fu il sociologo britannico Stanley Cohen a coniarlo nel 1972, in un libro dedicato agli scontri fra bande giovanili rivali, i mod e i rocker, sulle spiagge inglesi degli anni Sessanta. Cohen osservò che i media e l'opinione pubblica avevano trasformato episodi marginali in un'emergenza nazionale, individuando nei giovani in parka un «demonio popolare» (folk devil) su cui scaricare ansie sociali molto più ampie e diffuse. Il riferimento storico è a febbri di paranoia collettiva come la psicosi delle streghe nel Medioevo. Da allora il termine è stato applicato a episodi ricorrenti della storia americana: l'allarme sui videogame fantasy come Dungeons & Dragons negli anni Ottanta, accusati di spingere gli adolescenti al satanismo; le periodiche isterie sulla pedofilia negli asili; più di recente la mobilitazione contro il fracking (nuova tecnologia di estrazione di gas e petrolio) di quindici anni fa. In tutti questi casi lo schema è simile: un pericolo vero ma circoscritto viene amplificato fino a diventare simbolo di paure collettive assai più vaste — la fine dell'infanzia innocente, la devastazione del pianeta, la perdita di controllo sulla propria vita — che di per sé non hanno nulla a che fare con l'oggetto scatenante.

È questa la tesi di una serie di interventi che tentano di riequilibrare il dibattito americano. Uno di questi porta la firma di Jonah Goldberg, editorialista conservatore ma anti-trumpiano, fondatore del sito The Dispatch. Goldberg non nega che i data center pongano problemi reali: consumano acqua per il raffreddamento, possono far salire le bollette elettriche nelle zone circostanti, sono esteticamente sgradevoli, enormi capannoni grigi che spuntano (talvolta) accanto a quartieri residenziali. Ma la l'ostilità che si è scatenata è sproporzionata rispetto ai dati reali, e i data center stanno diventando un capro espiatorio per un'ansia più profonda, quella suscitata dall'intelligenza artificiale: la paura per il proprio posto di lavoro, il timore di una tecnologia che nessuno controlla davvero. Colpire il capannone, suggerisce Goldberg, è più facile che affrontare la domanda seria e sfuggente sul futuro del lavoro nell'era dell'AI.

Una tesi analoga, sostenuta con una mole di dati ancora più imponente, è quella di Andy Masley, analista che si auto-definisce «un progressista prevedibile», cioè tutt'altro che un simpatizzante delle grandi società tecnologiche, di Big Tech. Masley racconta di aver passato un anno intero a seguire udienze pubbliche, leggere migliaia di commenti e articoli, convinto all'inizio che le accuse contro i data center fossero fondate. Al termine di quel lavoro è arrivato alla conclusione opposta: quasi ogni affermazione allarmante che ha provato a verificare si è sgretolata a un esame più attento. Un esempio istruttivo riguarda l'acqua. La statistica più citata sul consumo idrico dei data center proviene dal libro «Empire of AI» della giornalista Karen Hao, relativa a un impianto in Cile: un numero che si è rivelato gonfiato di mille volte rispetto al dato reale. Eppure quella cifra ha continuato a circolare, ripresa da attivisti e articoli di stampa, perché confermava una paura già radicata.

Idem per l'elettricità. Buona parte dell'allarme sulle bollette in crescita risale a un vecchio articolo dell’agenzia Bloomberg secondo cui, in prossimità di alcuni data center, le tariffe sarebbero salite fino al 267 per cento. Il numero ha fatto il giro dei media e dei consigli comunali di mezza America, ma Masley fa notare alcuni problemi di fondo: quella percentuale si riferisce a una tariffa all'ingrosso che i cittadini non pagano; il calcolo parte da un punto di riferimento anomalo, l'aprile 2020, cioè il minimo storico dei prezzi energetici dovuto ai lockdown pandemici; soprattutto non tiene conto degli altri fattori che negli ultimi sei anni hanno fatto salire i prezzi dell'energia in tutti gli Stati Uniti, anche in quelli senza un solo data center. Esiste persino una correlazione negativa fra gli Stati con più data center e quelli dove le bollette sono cresciute di più: proprio il contrario di quanto suggerisce la narrazione dominante. Non è la prima volta che accade. Durante la crisi elettrica della California del 2001 circolò la tesi secondo cui Internet e le tecnologie informatiche consumavano già il 13 per cento dell’elettricità americana. Gli studiosi del Lawrence Berkeley Laboratory misurarono il consumo reale: 3 per cento.

Anche l'aneddoto più citato sull'acqua potabile, quello di una coppia della Georgia i cui pozzi si sarebbero prosciugati per colpa di un data center vicino, si è rivelato, a un esame più attento, riconducibile a un problema legato ai lavori di costruzione, non al funzionamento ordinario dell'impianto. Eppure quella storia continua a essere citata come prova generale del danno che i data center infliggerebbero alle comunità, in un classico meccanismo da psicosi collettiva: un singolo caso, per giunta mal documentato, si trasforma in conferma di un problema sistemico.

C'è poi il sospetto geopolitico. Jonathan Koomey, uno dei più autorevoli ricercatori sul consumo energetico dei data center — se ne occupa da oltre vent'anni — ha dichiarato al New York Post che le proiezioni sulla crescita futura del settore sono gonfiate di un fattore fra tre e cinque. E si è spinto oltre, ipotizzando che dietro la mobilitazione anti-data center possano esserci interessi stranieri interessati a rallentare la corsa americana all'intelligenza artificiale. Nella campagna contro il fracking quindici anni fa alcuni governi produttori di gas e petrolio avrebbero avuto interesse a frenare l'indipendenza energetica statunitense. Le accuse di finanziare la campagna allora additarono due mandanti: Russia ed Emirati Arabi Uniti. Oggi i sospetti si rivolgono verso la grande rivale cinese nella corsa all’AI. La Cina non deve necessariamente orchestrare le proteste americane – le prove disponibili per questa tesi sono deboli, e le cause domestiche della rivolta sono più che sufficienti. Ma Pechino osserva certamente il risultato. Se costruire una nuova infrastruttura informatica negli Stati Uniti richiede anni di ricorsi, moratorie e battaglie locali, mentre la Cina riesce a realizzare rapidamente centrali elettriche, reti e data center, anche la paranoia di massa entra nella competizione tecnologica tra le due superpotenze.

Sarebbe disonesto liquidare ogni obiezione come isteria collettiva, e gli stessi analisti scettici sul «panico morale» non lo fanno. Masley ammette che alcune preoccupazioni reggono alla prova dei fatti: l'aumento delle emissioni di CO2 legate alla crescita esponenziale del settore è un problema concreto, non immaginario. L'inquinamento acustico prodotto dagli impianti di raffreddamento e dai generatori diesel di riserva, quando i capannoni sorgono a ridosso delle abitazioni, è un fastidio reale, non inventato.

Il quadro che emerge, insomma, è più sfumato di come lo raccontano sia i sostenitori entusiasti dell'AI sia i suoi oppositori più radicali. Da un lato c'è un'industria che sta influenzando il paesaggio energetico americano, con un ritmo di costruzione che non ha precedenti nella storia recente dell'edilizia industriale. Il contraccolpo politico è poderoso: dal 2024 sono stati almeno 68 i progetti di data center respinti o bloccati da comunità locali su tutto il territorio statunitense. Dall'altro, un corpo crescente di analisi indica che gran parte dell'allarme pubblico — sull'acqua, sull'elettricità, sul consumo di suolo — si regge su cifre sbagliate, aneddoti isolati e un meccanismo psicologico ben noto: la difficoltà di capire una tecnologia nuova viene scaricata su un bersaglio tangibile e fotografabile, il capannone di cemento alla periferia della città.

La domanda non è se i data center abbiano un costo ambientale, perché ce l'hanno, come ogni infrastruttura industriale. La domanda è se quel costo sia davvero eccezionale rispetto a quello di altre attività che accettiamo, o se non stiamo vivendo, ancora una volta, l'ansia collettiva per un futuro tecnologico che non sappiamo controllare, riversata su un nemico visibile perché quello invisibile, l'algoritmo, non si può prendere a picconate.

1 settembre 2026

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